Beyoncé aka il pelo nell’uovo

Si fa (sempre) un gran parlare di Beyoncé.

Tutti conosciamo la diva, quella che da otto anni a questa parte sia maledetto il matrimonio sta in crisi col suo Jay-Z e la chiacchiera arriva puntuale come la dichiarazione dei redditi.

La Nostra Signora delle Cosce è bersagliata (di continuo) da pettegolezzi di bassa lega.

Oggi è cornuta e scopre che suo marito fa figli da quando aveva quattordici anni; ieri c’aveva le parrucche made in china che fanno imbestialire gli animal-ambientalisti (quelli so’ come la mamma, s’incazzano per ogni cosa); avantieri suo padre l’ha maltrattata, perché che ti credi mia figlia non è una che gioca in panchina; l’altro ieri ancora vuole rubare la scena a qualcuno domani è una bomba sul palco e pure fuori ma, il mondo lo sappia, essere icona di stile è altra storia.

E cosa fa lei?Prende in saccoccia, mangia e digerisce. Mossa da infinita magnanimità, si ostina a proporci foto e video di quando era piccola e dall’età di sei anni si sgola in soggiorno muovendo la testa col tipico gesto delle afroamericane un attimino pissed-off.

Bisogna credere a young B.

Lei non è mai stata “piccola”. Ha sempre avuto le idee chiare e lo canta, senza vergogna.
Ti canta che fa palestra vestita co’ du pezzi trovati nell’armadio della mamma e un microfono volante (Work it out), che basta l’outfit giusto una piastra e le amiche per combattere l’umido tropicale (Survivor), che la combinazione stiletto-tappeto è stupenda ma correre scalza sulla spiaggia è meglio e anche un po’ to-the-left.

Grazie alle sue crisi è un’instancabile donatrice sana di solidarietà femminile. 

Questo ti fa riflettere, eccome. Perché quando parte a caso la playlist di Youtube e la sua voce ti sfonda le orecchie mentre desideri solo ascoltare un pezzo dei Beatles, è l’anima di Beyoncé che arriva puntuale a ricordarti che tu sei una donna e sei comunque figa, per diritto di ormoni. E che non ti devi fermare al primo ostacolo, devi alzarti uscire ed essere solidale a inziare dalla pizzettara sotto casa.

Beyoncé è stata definita forte e fragile (sai la novità), una che si è liberata della maschera del sorriso a tutti i costi.

Di certo è una che ha finalmente rinunciato a qualche ventilatore di troppo e usato la sua musica per lavare qualche panno, con un visual album suddiviso in capitoli dolorosi che manco la Bibbia nelle sue parti più dure.

Nelle prime sequenze di Lemonade la vediamo maneggiare con gusto una mazza da baseball e fracassare i parabrezza delle macchine che si trova a tiro, perché sono una pazza gelosa e guarda cosa faccio se mi provochi: l’evoluzione della macchina rigata, l’idolo di tutti i carrozzieri. 

La seguiamo mentre urla impellicciata in un parcheggio sotterraneo (lì fa fresco), che se tu amore, tu non mi vedi, sicuramente qualcun’altro lo farà ma ti prego torna, torna da me.

Piange e viaggia da sola in macchina per poi dare fuoco alla casa, si muove tranquilla tra le fiamme dopo aver vegetato nell’acqua come un salmone che sta risalendo la corrente perché tu, amore, tu mi hai detto che passavi in rosticceria a prendere qualcosa di pronto e da quella sera non sei più tornato.

Si sdraia nel campo di uno stadio vuoto con l’espressione di una bambina in affido e pensa che io, amore, io ti ho aspettato tanto davanti a tanta gente e alla fine ho dovuto chiamare i rinforzi, tanto ero certa che il Super Bowl venivi a vederlo.

La Signora sfrutta i quattro elementi naturali per morire e rinascere in nome della famiglia e dell’amore (le schitarrate di Daddy’s lessons, caruccia), alternando il racconto alle canzoni perché questo è il mio diario segreto e non me ne frega nulla di quello che potete pensare. 

Ma il guanto di sfida lo lancia fissando la telecamera con uno sguardo alla Charles Bronson ne Il giustiziere della notte : c’è sta Rebecca belli capelli, una sciura invaghitasi del suo Jay-Z una svergognata sfasciafamiglie che gli manda i wazzapp della buonanotte che se la becco le taglio le manine.

Proprio sul più bello Beyoncé scala di marcia e lascia la parola alle immagini.

Daughters of the Dust
              Daughters of the Dust (1991), il film indipendente a cui è ispirato Lemonade

Le atmosfere colonialiste sono un richiamo costante alla lotta per i diritti civili americani. Pizzi merletti e abiti vaporosi danno la mano al ghettofashionismo anni ’90, dove le persone normali non hanno ancora capito che la devono smettere di ammazzarsi tra loro.

Ci sono bambini che fanno la doccia sotto i classici idranti che esplodono, donne coi capelli molto ricci che una volta le trovi sulla battigia l’altra tagliano cocomeri, nonne madri e mogli che hanno visto morire qualcuno a causa di qualcuno che indossava una divisa. Confusione? No, solo la storia che si ripete con più documenti, più violenza e molti più gay, i pilastri portanti di ogni società democratica.

Fatto sta che Beyoncé si sgola davvero per dire che si è guardata allo specchio, ha visto qualcosa che non le piaceva e l’ha cambiata. Ha visto che famiglia felice è difficile ma non impossibile, che se ti chiedo una promessa la devo mantenere io per prima, che se tu ascolti le mie parole ti ringrazio, anche se non abbiamo fatto le superiori insieme e a cena da Obama non ci sei mai stato. 

Porta in giro il tuo sedere, dispensa sorrisi anche se bagni pile di cuscini perché non riesci a rimanere incinta e quando finalmente sforni una bimba tuo marito odora di corna.

Impara ad aspettare, tanto prima o poi un po’ di limonata la vendi.

La servi bella ghiacciata, alzi al cielo le dita medie e ti metti a cantare su una macchina della polizia di New Orleans – sempre per la gioia dei carrozzieri – che se l’uragano Katrina fa affogare la mia gente allora affogo anche io. Così, per osmosi.

Grazie a Beyoncé ho riscoperto la bontà dei limoni ( è evidente che non sono proprio tutti uguali i consigli delle nonne nel mondo), la voglia di una testa afro e la conferma sul fatto che abbia davvero due gambe grosse così.

Non importa se sono costretta ad ascoltarla mentre sto in un negozio intenta a comprare mutande e poi esco da là con l’inconscio che canticchia cose melense. Ma tu, adorabile maschio, lo so che di nascosto guardi i suoi video senza sonoro e in certi momenti vorresti qualche mossettina come la fa lei, che se ci azzardiamo noi poracce torniamo a casa col nervo sciatico infiammato e ci ribattezzano Cosciadilegno.

In fin dei conti il potere di Beyoncé è pansessuale: unisce tutti, un viagra naturale.

Come esponente bianco del sesso femminile, nella prossima puntata spero superi se stessa regalandoci qualcosa coi pompelmi, che sono meno anatomici.

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