Calibro 35

Se mi spari ti sposo (il primo album non si scorda mai)

Metti una sera a cena, inverno 2008.

L’atmosfera è romantica, il menù ricercato: tagliatelle con ragù alla Luis Bacalov, lepre in salmì, contorni dall’orto di Ennio Morricone e una bottiglia di rosso del 1972.

Non fai in tempo a chiederti se da quella bottiglia impolverata esca qualcosa di buono che parte il primo colpo, Italia a Mano armata.
E subito capisci che difendersi non ha molto senso.
L’esordio dei Calibro 35 è come il vero amore: quando arriva spara senza bussare, ti sbronza ti fa sentire le gambe molli come pastafrolla.

Questo grande amore fatto di cover ispirato com’è dal cinema italiano, dalla musica jazz e funk degli anni d’oro sa essere originale, con l’aggiunta di un pizzico di beat e una spolveratina di rock alternativo (dove alternativo sta per finalmente un mischione che lascia senza parole).

E a lasciare senza parole i Calibro 35 ci ha pensato il guru dei film polizieschi anni Settanta, quella birba di Fernando Di Leo che a guardarlo parrebbe il simpatico vecchietto della porta accanto con la copertina sulle gambe e invece siede nell’olimpo dei registi italiani più osannati.

L’influenza di Mister Di Leo inizia con la scelta del nome della band e quella chicca intitolata Milano Calibro 9, il b-movie tutto pistolettate tradimenti e ultrafiga bionda, la splendida Barbara Bouchet.

Fatto sta che l’anarchia violenta del regista incontra l’anarchia pasionaria di Bacalov (Luis Enríquez per gli amici) e quella del gruppo Osanna, dei cari ragazzi dediti alla musica progressive, inaugurando un genere inqualificabile nelle sue commistioni sinfonico-rockettare.

Alcune tra le cover più belle dell’album, esclusa la celebre Summertime Killer, ruotano attorno al tandem Di Leo/Bacalov: Milano Calibro 9 (Barbara Bouchet funk) e Preludio, che in soli tre minuti racchiude un crescendo d’intensità e variazioni strumentali da farti venire voglia di salire in macchina e andare a rapinare una banca insieme a qualche cattivone coi baffi.

Ma la rapina non è abbastanza, i ragazzi vogliono la rivoluzione e lo fanno con Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, omaggio scelto col mirino e denso di coraggio (e ce ne vuole parecchio per scomodare Ennio Morricone).

E ancora Morricone, coi pezzi appartenenti al suo periodo black da cui arriva Trafelato che

annunciava le prospettive alterate di una musica stravolta e pesante, qualcosa come una psichedelia lacerata da pericolose spirali free jazz, fuzz imbufaliti, archi che fatali perdono l’equilibrio e ritmi vittime di qualche disturbo ossessivo-compulsivo (Valerio Mattioli, Storia segreta della musica italiana)

I Calibro 35 selezionano i pezzi dell’Ennio nazionale come i cercatori d’oro fanno coi setacci, perché a sentire Una Stanza Vuota tutte le atmosfere brutali si dissolvono e lasciano spazio alla solitudine, e ti ritrovi seduto sul letto con la faccia rigata dalle lacrime pensando a quegli amori più stagionati di un Camembert dimenticato in frigo.

Il momento di raccoglimento è breve, tranquilli.

La mala ordina e il suo crescendo di giri di basso conferma la passione per il cinema di Di Leo stavolta in collaborazione con Armando Trovajoli, altro compositore italiano che definire eclettico è riduttivo tanto si è mosso tra commedia e Neorealismo, con piccole incursioni nell’horror rigorosamente made in Italy (quello dove te la fai sotto senza vedere manco un goccio di sangue).

Sarà questo, sarà la nostalgia per il crimine d’onore e gli amori da Gangster Story ma i nostri portano nell’album due pezzi originali quali Notte in Bovisa e La polizia s’incazza che non hanno nulla da invidiare ai padri delle colonne sonore retrò.
Lo scenario resta Milano, la città facoltosa per eccellenza: sondata negli scenari d’intrighi e lotte di potere, i Calibro ce la fanno stare molto più simpatica.

Sempre all’ombra della Madunnina troviamo Spyrals, un tappeto lento fatto di ritmi compenetranti seguita da Shake Balera, divertente e gonfia di quel beat che fa ballare con le ginocchia tirate verso il pavimento, come facevano i nostri genitori durante le feste tutte righe e Fernet Branca.

E come ogni festa che si rispetti, arriva il momento del guancia a guancia.

Dopo averci sbronzato con quello che avevano a disposizione, i ragazzi chiudono con L’Appuntamento, la storia (della fine) di un amore struggente. Le parole scivolano accompagnate da un arrangiamento ispirato alla versione originale, interpretata da Ornella Vanoni.

A voce particolare segue voce particolare: merito dello special guest Roberto Dell’Era, un ragazzone alto e grosso da cui ci aspetteremmo un po’ di rudezza e invece, mi spiace per voi, non resta che tornare a casa col tasso glicemico oltre la norma.

 

 

I Calibro 35 hanno fatto molta strada dall’omonimo album e durante gli anni ognuno di loro ha partecipato a diversi progetti, in collaborazione con artisti presi in prestito da musica, cinema e letteratura nostrani.

Le loro ricerche sono sperimentali e allo stesso tempo fedeli al nucleo originario.

Hanno saputo mettere le mani dentro un patrimonio musicale poco conosciuto, a partire dal periodo nero di Morricone raccolto in Crime and Dissonance, il primo tentativo (voluto dall’americano Mike Patton) di mettere ordine all’interno della produzione degna di un compositore dalle mille personalità.

All’interno del lungo momento di ritorno al vintage e dintorni, che in alcuni casi può essere vissuto alla mordi e fuggi se diamo uno sguardo al panorama italiano e straniero, i Calibro 35 incarnano la passione duratura per il cinema noir fatto in casa (già ammirato a livello internazionale da Tarantino e Robert Rodriguez) e la musica che gli è rimasta incollata addosso, esaltandone il legame di gemelli omozigoti.

Vederli in concerto buca il petto, che suonino indossando il passamontagna o meno il rischio è quello di giurare amore eterno e andare via con qualche foro di proiettile.

Ma è solo finzione: niente sangue, solo ketchup sugo.

 

 

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