Me and Earl and The Dying Girl

Quel fantastico peggior anno della mia vita

Quando l’ho visto non mi aspettavo nulla.

Eppure i buoni auspici c’erano a cominciare dal titolo in italiano, una roba completamente diversa dall’originale, un fantastico buon incastro di senso.

E la locandina, poi. Con questi tre ragazzini seduti sul vuoto i colori a metà tra cartone animato e vecchia storia liceale americana di fine anni ’80.

Ho iniziato a sognare come un adolescente dell’ultimo anno perché fa davvero figo immaginarsi in quelle grandi scuole con gli armadietti, i cartelloni, gli sfigati, i vassoi della mensa pieni di cibo immangiabile e il ballo, che ci vai con l’orchidea legata al polso e un tizio che affitta lo smoking.

Mi sono detta qua sono tutti carini e contenti, entriamo.

Greg il biondo è un ganzo, uno che non ha paura di niente. Non appartiene ai gruppi, non dà troppa confidenza a nessuno, non si schiera non partecipa alle risse: è uno equilibrato che sa il fatto suo.

Greg non è nemmeno amico di Earl il negretto, per niente.
Sono solo un po’ partner sul lavoro perché entrambi si occupano di cinema. Si incontrano spesso per guardare i film seduti sul divano, mangiano e pensano insieme alle inquadrature e il montaggio dei loro corti.

E poi c’è Rachel l’anonima, che oltre ad essere una banalotta è pure mezza secchia.
Rachel attraversa una fase peggiore di quella dei brufoli e delle mestruazioni, dove al va’ dove ti portano gli estrogeni segue un occhio che gli altri non ti sfanculino. 

Essendo tre disadattati finiscono per frequentarsi ma non preoccupatevi, non diventeranno amici.

Fanno quello che si fa quando sei in quinta superiore.
Ti pavoneggi perché sei il più grande di tutti l’esperto di vita, indossi magliette con scritte cool in modo che gli altri ti ammirino, prendi qualche voto basso perché fare il dannato è bello, intavoli discorsi filosofici sul senso della vita e su quanto sei fallito che fa tanto scrittore decadente, quelli di cui leggi il nome e metti da parte i libri (che torneranno, oh, se torneranno).

Una vitaccia, insomma. E i genitori ci mettono il carico da novanta perché all’università ci vai se sei bravo e l’ammissione non te la regala nessuno.

Allora Rachel e Greg iniziano a fingere di studiare, e se Greg è un po’ capra Rachel continua a vivere la sua strana fase peggiore di quella dei litigi con le amiche per colpa dei ragazzi e della popolarità conquistata a suon di trucco in faccia.

Ma Greg è un uomo e capisce poco di questioni femminili. Ancora meno Earl, che tra i tre è il meno sensibile al mondo che li circonda, alle beghe di scuola ai pettegolezzi.

Earl è il più pragmatico del gruppo, pensa solo (quasi) al cinema e diciamo che se la cava piuttosto bene ma solo quando lavora con Greg.
I loro corti sono dei capolavori e rappresentano quello che gli esperti chiamano metacinema, ovvero: prendi un po’ di film che sono passati alla storia, li rielabori a piacimento dentro la trama di un film del 2015, ci metti tanta ironia e fingi che a parlare con le immagini sia lo sguardo di due adolescenti che non sanno cosa siano i veri problemi della vita.

Si chiama omaggio al cinema e viene portato avanti sino alla fine, fino a quando Greg, che non è amico di nessuno, che non è innamorato di Rachel, si convince a girare un corto che non è un regalo solo per lei, che intanto sta combattendo con quella fase che è peggiore delle peggiori fasi precedenti  e si chiama leucemia.

Dicono che Me and Earl and the Dying Girl si sia preso una standing ovation alla prima proiezione, durante il Sundance Film Festival che ormai è diventato il principale incubatore di gioiellini su pellicola. E il lavoro dietro le quinte lo senti tutto, a partire dall’origine letteraria grazie al romanzo di Jesse Andrews, poi coinvolto nella sceneggiatura dal regista Alfonso Gomez-Rejon che è stato capace di regalarci un brillocco in cui la delicatezza è la vera trasgressione. 

Ti fanno arrivare alla fine del film distrutto e felice.

E ripensi a quando alle superiori ci stavi tu, a quegli anni pieni di ricordi da pisciarsi nelle mutande e ai legami che hai creato quando lottavi tra la paura di crescere e l’adrenalina da futuro splendente. E ti chiedi: ma è cambiato qualcosa in tutti questi anni? Non è che eravamo più grandi (e più fighi) quando eravamo più piccoli?

Greg insegna. 

Chicca che spicca: la canzone di Brian Eno, un artista complesso difficile da digerire, uno che nella sua carriera ha avuto lo sghiribizzo di comporre persino la musica per gli aeroporti (ho detto tutto).

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