Jackie

Le persone hanno bisogno della storia. Dà loro forza. Hanno bisogno di sapere che persone reali hanno davvero vissuto qui 

 

Qualcosina del film di Pablo Larraín s’intuisce dal titolo.

La donna con tanti ruoli, qualche marito e tanti figli viene messa in lavatrice a 30 gradi con l’acchiappacolore e viene fuori senza cognomi: Jackie.

I giorni dell’ex first lady durante l’omicidio del presidente Kennedy arrivano per la prima volta sul grande schermo e ci riportano all’inizio degli anni Sessanta, quelli del boom non solo economico e dei fatti di cronaca che vanno veloci quanto gli uomini.

E dei pezzettini di cervello sul tailleur rosa.

Jackie è stata ricordata soprattutto per sto fattaccio, per quel suo sangue freddo seduta al fianco del marito nella macchina presidenziale il 22 Novembre 1963.

Non so se si possa chiamarlo così o spavento cosmico o gioie e dolori d’aver sposato un Kennedy, resta il fatto che il tailleur Chanel è diventato protagonista di un evento (ancora oggi) misterioso e se ne sta conservato all’Archivio Nazionale senza essere mai passato dalla lavanderia.

A farlo uscire da là ci ha pensato il regista cileno, ad indossarlo la bella Natalie Portman.

Jackie ci viene presentata attraverso dei flashback lineari ma non troppo, prima accennati poi ripresi per tutta la durata del film, e il suo personaggio prende forma grazie a tre uomini diversi.

Il primo è il giornalista di Life a cui rilascia l’unica intervista a cinque giorni dalla morte di Jack (lo chiama così).
Sin dalle scene iniziali vediamo la Jackie presidenziale un po’ rompina, vedova fresca sofferente per quello che i giornali scrivono del marito e intenzionata a dare la sua personale visione dei fatti.

Una visione fatta di ricordi: Jackie torna indietro nel tempo e parla del tour guidato all’interno della Casa Bianca, ripreso dalle telecamere e trasmesso al popolo per la prima volta nella storia americana; ricorda le feste organizzate per amici e capi di Stato, animate da musicisti e artisti di tutto il mondo; ricorda la ristrutturazione degli ambienti presidenziali e i cazziatoni amorevoli di Jack, che c’aveva paura svuotasse le tasche statali.

I primi piani del suo volto sono intensi, in particolare mentre racconta i momenti precedenti l’omicidio di Dallas dove le inquadrature sono veloci e ravvicinate, dall’effetto straniante per sottolineare la paura e la sensazione di pericolo (una cosa chiamata sesto senso).

Ma la scena del fattaccio non arriva: la scelta registica è di saltarla e proporla solo verso la fine del film, quando ormai ha perso importanza. Una scelta intelligente che da un lato si rifà alla tragedia greca, in cui il dolore veniva citato per lasciare agli spettatori il potere d’immaginare, dall’altro conferma un’altra realtà storica molto simile: l’omicidio fu ripreso, sì, ma trasmesso in televisione solo dodici anni dopo.

I resoconti di Jackie continuano attraverso l’intervista (il leitmotiv su cui regge tutta la trama) e si agganciano alla figura di Bobby Kennedy.

Con lui spunta la Jackie di tutti i giorni, la donna ribelle che vive una realtà politica fatta di istituzioni e qualche segreto, come di normalità e famiglia. Con lui Jackie ha un rapporto fraterno (tanto fraterno che stavolta il cazziatone lo fa lei) e pensa al modo migliore per onorare la memoria del marito,mentre la cronologia delle giornate diventa più organica.

Progressivamente l’intervista ufficiale si trasforma in conversazione informale e davanti alle domande più intime la palla del flashback passa alla confessione di Jackie con il prete. 
Sembra un paradosso, ma è con una figura religiosa che si spoglia di ogni pudore e parla dei suoi dubbi come moglie come madre e come donna, una donna presa dai tormenti e dal dolore.

Quel dolore diventato subito cronaca, un anno dopo diventò arte.

     Particolare di Sixteen Jackies, Andy Warhol 1964

Fu Andy Warhol a fare del fattaccio un grande pannello, Sixteen Jackies, una serie di immagini ripetute della Jackie di quei giorni dipinte con colori diversi.

Quanto più guardi alla stessa cosa e quanto più il significato si perde, tanto più ti senti in uno stato di vuoto e di benessere (Andy Warhol)

Era questo il modo di Warhol per esorcizzare la morte e rendere la paura collettiva più innocua, e c’aveva dei buoni motivi per farlo se pensiamo che qualche anno dopo, nel 1968, il mondo assistette all’omicidio di Martin Luther King, il primo afroamericano a fare delle parole finestre di dialogo durante la presidenza di JFK.

 

Jackie è stato definito un film biografico, ed in parte lo è. In parte perché la Jackie Portman di Larraín è messa lì a mostrare la storia.

Lo capiamo a metà film, quando indica i due ritratti di Abramo Lincoln alle telecamere del White House Tour, quando pensa a sé stessa paragonandosi alla vedova di Lincoln e soprattutto quando dice di provare una sensazione di pace nella stanza dove cento anni prima visse un uomo qualunque che liberò quattro milioni di persone dalla schiavitù. 

A dire l’ultima frase è Bobby, la vera memoria storica del film.
È lui ad accompagnare Jackie nel corteo verso il cimitero in una processione che ricalca esattamente quella di Lincoln, il primo presidente blackfriendly della storia ed è sempre lui a guardare alla politica internazionale del fratello con un potevamo fare di più.

Un imperfetto che il regista porta nel nostro presente, dove i fatti di cronaca vanno più veloci degli uomini e il diritto all’esistenza è ancora tenuto al guinzaglio da troppe bandiere politiche.

Jackie è un film sottile ed essenziale, i dialoghi sono asciutti e i silenzi scanditi da una colonna sonora quasi impercettibile, realizzata dall’inglesina Mica Levi.

Pablo Larraín libera l’ex first lady dal ruolo di icona immortale e la porta nel 2016 in punta di piedi, o almeno è questa la sensazione che ho provato nel guardare l’interpretazione che ne fa Natalie Portman.

Nemmeno per un istante viene da pensare alla somiglianza fisica tra le due tanto sono belli i momenti in cui la Portman cammina per le stanze della Casa Bianca, quando piange e quando vede i manichini dei negozi vestiti e pettinati come lei.

Natalie ha detto che di Jackie non c’ha capito niente, e forse è questo il segreto che l’ha resa una di noi.

O meglio ha reso noi un po’ di lei perché, pezzettini di cervello a parte, la vera Jackie è stata tante cose in una anticipando i nostri struggimenti moderni, che ci confondono quando abbiamo la pretesa di essere una cosa sola.

Soprattutto, aveva capito la cosa più importante: sono le opere d’arte a sopravvivere agli uomini, e non viceversa.

 

E se Andy Warhol ha esorcizzato il fattaccio con l’arte, io lo faccio con una canzone dedicata interamente allo Chanel (che è un’opera d’arte).

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