Pussy Riot

ovvero pezzi di ghiaccio in cui brucia una fiamma

Pussy Riot è un collettivo di rivolta punk rock russo, femminista e impegnato nella difesa dei diritti LGBTQ+. Sono conosciute per la loro politica anti Putin e agiscono sotto rigoroso anonimato

E magari fossero rimaste anonime, che a cercare i loro nomi di battesimo su Google uno perde la vista prima di capire come scriverli.

Partiamo dalle origini. Nel 2011 Pussy Riot conta 11 membri comprese Nadězda Tolokonnikova (Nadia), Marija Alëchina (Maria), e Ekaterina Samucevič (Caterina).

Sin da giovanissime, le ragazze hanno le idee chiare sulla Russia in cui vivono e sulla Russia che vorrebbero. Armate di chitarre e balaclava creano scompiglio nella città di Mosca che per quanto sia una realtà (fisicamente) lontana dalle nostre ha i suoi mercati rionali, le sue stazioni metro e la sua piazza principale.

Prese dal sacro fuoco della rivolta nel febbraio 2012 entrano di soppiatto nella Cattedrale di Cristo Salvatore, il tempio della religione ortodossa e una volta sull’altare intonano una preghiera alla Vergine Maria a cui chiedono, in modo molto sintetico, di liberare il loro Paese da Putin e dal suo tirapiedi ingioiellato (il Patriarca), e altrettanto sinteticamente ricordano alle donne russe che il loro compito non è quello di sfornare bambini per supportare lo Stato come ai tempi dei Soviet.

Apriti cielo.

La performance delle Pussy e il loro arresto vengono filmati e fanno il giro del mondo diventando presto il punto di partenza del documentario A Punk Prayer (2013), la prima ricostruzione organica delle vicende vissute da Nadia, Maria e Caterina durante una parte del periodo in carcere e relativi processi (dove l’elemento processo non è da dare per scontato nella Russia di Putin).

E se alla velocità della luce il loro gesto apre le porte alla prigione, con altrettanta velocità scattano supporto e solidarietà: da Madonna (che c’ha un passato di vergini e preghiere), Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, Bjork, Sir Paul McCartney e Barack Obama, il caso Pussy Riot arriva ad Amnesty International e si conclude due anni dopo con la loro liberazione grazie all’amnistia approvata dalla Duma, la camera bassa del Parlamento russo.

Ma l’effetto Pussy ha altre ripercussioni: da gruppo di pochi membri, come i Gremlins bagnati dall’acqua si moltiplicano e diventano un movimento internazionale.
In molte città scendono in piazza ragazze col viso coperto da balaclava colorate, che da simboli di guerra si trasformano in simboli di libertà e intrattenimento.

Per dirla con il pittore Kandinskij, un po’ ovunque le Pussy Riot sembrano strisce pastose di colore stese sulla tela perché possano cantare a voce alta.

 

“L‘arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma il martello con cui scolpirlo” (Bertolt Brecht)

Ed è proprio l’arte il nucleo da cui partono le nostre russe.
All’interno di A Punk Prayer troviamo le interviste fatte ai genitori e tre brevi biografie, dall’infanzia all’adolescenza.

Maria è stata attivista pacifista con una laurea in giornalismo mentre Caterina e Nadia sono cresciute coltivando l’amore per l’arte contemporanea (entrambe hanno fatto parte del gruppo Voina).

Nadia Tolokonnikova fotografata da Jonas Åkerlund per Billboard, 2017

Nadia è sempre stata attratta dall’arte concettuale e negli anni è diventata la figura di riferimento all’interno delle Pussy.

Madre di una bambina di nome Gera in onore della dea Era, sposata con l’attivista Petr Verzilov (suo compagno in una performance molto provocatoria), durante la condanna ha sperimentato la detenzione in un ospedale carcerario in Siberia opponendosi a percosse e maltrattamenti con lo sciopero della fame.

Nella sua recente partecipazione al Wired Next Fest ha parlato di come quell’esperienza abbia influito sul suo attivismo e su quello del collettivo, che ora comprende un team di giornalisti impegnati a contrastare il fenomeno delle fake news in Russia, e del crowfounding su Kickstarter per finanziare lo spettacolo teatrale “Inside Pussy Riot“, previsto a Londra nel novembre 2017 ed ispirato ai giorni passati in carcere.

A differenza di Caterina, Maria e Nadia continuano l’avventura Pussy Riot e si muovono su più fronti in difesa dei diritti umani, sempre con un occhio alla loro amata Russia (è del 2013 Pussy vs Putin, un altro documentario presentato alla spicciolata in vari festival di tutto il mondo) e a Vladimir Bukovskij, attivista russo considerato un modello per il suo passato di prigioniero dissidente.

 

A Punk Prayer è l’unico documentario disponibile in rete. Oltre a ricostruire la figura di tre ragazze ancora molto giovani al momento dell’arresto, e in quanto molto giovani affette da intemperanze politico-ormonali, offre uno spaccato della Russia al momento della rielezione di Putin portandoci dentro un mondo diverso dal nostro, tenuto lontano dalle logiche dei media istituzionali.

A parlare sono le reazioni delle persone comuni scese in piazza per protestare contro il gesto delle Pussy insieme ai boss ortodossi, meno religiosi di quanto ci potremmo aspettare (sembrano la versione cattiva dei Sons of Anarchy), e le reazioni di chi, religioso o no, è consapevole di vivere in un Paese governato da una classe politica totalitaria.

Dopo essersi fatte conoscere con l’album Kill the Sexist (2011), influenzato dal punk delle Bikini Kill e Riot Grrrl e cantato interamente in russo, le Pussy Riot hanno tolto fuori dalla balaclava qualche canzone meno riuscita; più che considerarla musica in senso stretto possiamo dire che utilizzano la musica come uno dei mezzi per esprimere il dissenso.

E uno dei modi migliori per farlo è chiamare a raccolta dei musicisti veri.

Il singolo I Can’t Breathe è stato realizzato con la voce dei Jack Wood, gruppo della fredda Siberia, e il basso di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs, ed è anche il primo cantato in inglese.
Il motivo? Onorare la memoria di Eric Garner, giovane nero americano morto per soffocamento nel luglio 2014 dopo essere stato fermato dalla polizia di New York con l’accusa di rivendere delle sigarette per strada.

Il video inquadra Maria e Nadia, vestite con la divisa antisommossa della polizia russa, mentre vengono seppellite dalla terra e si chiude con il monologo di Garner letto da Richard Hell, un signor musicista dell’epoca punk e glam rock anni ’70.
Un video semplice per un grande messaggio.

 

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