Stephen King Goes to the Movies

Di cosa ho paura? Ragni, serpenti e… mia suocera*

Come si diventa Maestri del Terrore?

Ascoltando buona musica e leggendo, leggendo parecchio. Almeno stando alle notizie sulla prima adolescenza di zio Stephen, che al contrario di quanto si potrebbe pensare non impiegava il suo tempo a infilzare lucertole o a far volare per aria il gatto del vicino.

Lui è un uomo tradizionalista.
Le perversioni ce le ha dentro, le ha tenute in vitro per anni e da bravo chimico le ha fatte esplodere dentro i suoi libri.

Stephen King Goes to the Movies è una raccolta di racconti adattati al grande schermo, una selezione di cinque classici dove per classico intendo che mentre leggi è normale sbuchi un braccio da sotto il letto e ti possa venire un infarto, e magari zio Stephen sta descrivendo un mazzo di fiori non chilometri di budella.

In alcuni di questi casi la genialità dello scrittore incontra quella di registi e sceneggiatori dando vita all’immaginazione più sfrenata, e il bello sta proprio nel conoscere l’opinione dell’autore esposta prima di ogni racconto.

A voi la curiosità di leggere la sua, a me il piacere di dare la mia.

Il primo racconto è anche l’ultimo film realizzato in ordine cronologico, 1408.
È così breve ed efficace che ti chiedi come siano riusciti a farne un lungometraggio con attori del calibro di John Cusack e Samuel Jackson. Da pagine avvincenti a horror hollywoodiano con budget limitato (per i parametri di Hollywood eh, mica pecorai), male male non è ma non rientra tra i film da ricordare all’interno di un genere così collaudato.

C’è la volontà di farti calare nei panni del protagonista (uno scrittore) e pure quella di proporre la camera d’albergo quale luogo del mistero per eccellenza, dove se senti un rumorino schizzi ad accendere mille luci ma fai la cazzata più grande e chissà se poi c’hai il tempo di pentirtene.

A metà tra horror e thriller psicologico con qualche lacuna, la macrotematica dell’albergo che gode di una vita tutta sua richiama inevitabilmente The Shining, e lì sì che le presenze si fanno sentire (sono pure vestite meglio) con tutt’altri risvolti. Qua il fulcro sta nell’indagine su fenomeni paranormali da parte dello scrittore, tutto preso a ricostruire fatti e incastrare vari pezzi del puzzle.

Film guardabile in una sera di pioggia autunnale per ridere tra amici, racconto da divorare in solitudine, tempo stimato: un’ora che ti vola.

The ManglerLa Macchina Infernale è ispirato al racconto Il Compressore.
Si riconosce subito la maestria dello zio quando ha a che vedere coi ricordi personali, ovvero il terrore delle presse da stiro negli anni passati a lavorare in una lavanderia.

Il racconto più che breve è brevissimo, incisivo e splatter; i fiotti di sangue sono l’unica cosa degna di nota nella trasposizione cinematografica, da guardare solo per fare un tributo a Tobe Hooper (e alcune chicche da lui partorite) mentre messaggi su wazzapp con l’amica del cuore.

Il pensiero degli amanti del genere corre subito ad un altro b-movie, ChristineLa Macchina Infernale di John Carpenter, uno tra i film più sottovalutati del Maestro (figurarsi la levatura di quelli più noti).
Ma questa è un’altra storia.

Uomini bassi in soprabito giallo: coinvolgente e toccante, la lunghezza necessaria a sviluppare un grado di suspense che ti fa stare tutto il tempo con l’acquolina in bocca. Vieni risucchiato in un frammento di storia in cui i protagonisti, il vecchio e il giovanissimo, si studiano a vicenda si preoccupano l’uno per l’altro e nemmeno i superpoteri del più piccolo impediscono al peggio di arrivare.

L’immaginazione vola sui loschi figuri di giallo vestiti, descritti in maniera volutamente sbiadita e allusiva (cosa che confonde, data la fissa per lo spionaggio tanto cara agli americani), che nel film Cuori in Atlantide diventa più realistica.

Che dire sull’interpretazione di Anthony Hopkins? Un Re Mida sempre e comunque. La resa su pellicola è più strappacore del racconto e tocca temi riguardanti la famiglia, la violenza e le mancanze di vario genere.

Da guardare insieme ai genitori, da leggere in qualsiasi fase della vita.

 

In punto di quasi arrivo il racconto e il film più belli, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank ovvero Le Ali della Libertà.

Seppure sia bene non dare nulla per scontato, di sicuro ricordiamo in molti la quantità di bei film che Rete 4 sfornava quando internet e lo streaming erano mondi ignoti. Prima dei Bellissimi e le tette di Emanuela Folliero c’era la prima serata con una signora programmazione.

E ogni volta che prevedeva Le Ali della Libertà, la sottoscritta se lo pappava.
Film emozionante con il plasmabile Morgan Freeman e il serioso Tim Robbins, ex marito di Susan Sarandon.

Durante gli anni di prigione i libri diventano metafore di vita, come i poster delle dive di Hollywood a coprire il tunnel della libertà scavato nel muro.

Le ragioni di libertà più profonde sono da cogliere nel rapporto tra i due carcerati, un negro e un bianco; entrambi condannati per motivi simili, per una volta toccherà al bianco subire l’ingiustizia per falsa accusa di omicidio, in barba al suo status sociale al colore della pelle e all’integrità personale.

Se il racconto è curato nella costruzione dei personaggi e dei luoghi, il film (esclusi alcuni dettagli) resta fedele.

Il valore aggiunto sta nel reale impegno sociale di Tim Robbins, molto motivato a portare sullo schermo battaglie in onore alla preziosità della vita, qui come in Dead Man Walking.
Film storico, sono di parte. E il racconto la dice lunga su come King sappia scavare dentro la gente.

Il racconto finale è I Figli del Grano.

Ci sono bambini, campi di grano, strane scritte pseudoreligiose e un po’ di sangue: ti fa sentire la mancanza degli agenti Mulder e Scully.
Lo leggi perché stai finendo il libro e dopo l’inondazione emotiva precedente hai bisogno di qualcosa strizza-strizza.

Utilizzato per il film Grano Rosso Sangue che, ahimè, mi rifiuto di guardare. De gustibus.

 

Oltre ad essere uno scrittore monumentale, Stephen King è citato spesso come esempio di vita: davanti ai primi rifiuti fortunapernoi ha continuato a scrivere. Megaromanzi e racconti. La sua tendenza a immaginare il peggio l’ha reso un gran motivatore, un sognatore, uno zio accorto e prudente.

Non so voi ma è grazie a lui che non accetto palloncini dagli sconosciuti.

 

* Aggiornamento 2016: Donald Trump. L’aveva predetto.

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