W.A.R. ! WOMEN ART REVOLUTION

Donne, è arrivato l’arrotino!

Io non capisco l’arte contemporanea“.
Ho sentito questa frase innumerevoli volte e concordo, non è impresa facile.

L’arte contemporanea nasce grazie ai “ribelli” di fine ‘800 e da quel momento inizia la sua corsa inarrestabile, ramificandosi in tendenze gruppi e movimenti di uomini che fecero lo slalom tra guerre e dittature.

Una delle rivoluzioni più importanti fu quella di far uscire l’arte dal quadro. E qui, signore e signori, inizia il divertimento.
Le sperimentazioni fioccano, viene scoperta la pellicola fotografica inizia l’avventura del cinema e i materiali più impensabili diventeranno mezzi d’espressione (e di rottura, vedi la Merda d’artista).

A uscire dal quadro, però, non fu solo l’arte, ma una strana creatura a lei molto vicina: la donna.

Colei che tutto puote, dipinta con le tette al vento o dentro ai bordelli o mentre si accinge (di nuovo nuda) a fare colazione sull’erba, incurante del freddo e degli insetti.

Questo evento imprevedibile fa capire alla donna che non solo può uscire dal quadro, ma pure dalla cucina. E siccome è pettegola per natura durante una passeggiata incontra altre donne a cui svela il suo segreto. È in questo preciso momento, tra una protesta collettiva per il Vietnam e i primi moti d’indignazione verso i concorsi di bellezza, che inizia il casino.

! WOMEN ART REVOLUTION documenta le atmosfere di fine anni ’60 che esercitano tanto fascino su chi ama il fermento socio-culturale tipico di quegli anni e la diffusione di germi rivoluzionari da considerare vie di non ritorno.
La regia è di Lynn Hershman Leeson, testimone della nascita del collettivo femminista in quanto artista e delle ricerche individuali che portarono le colleghe a elaborare una nuova forma d’arte, dove all’impatto estetico si fonde la rivendicazione sociale e politica.

Su queste premesse le più grandi protagoniste del collettivo s’incontrano per discutere insieme sul da farsi, utilizzano un linguaggio nutrito di sogni, ideali e ogni tanto rabbia verso le discriminazioni; c’è chi subisce l’influenza (e l’esempio) delle Black Panther, chi predilige Martin Luther King, chi guarda alla parità come una svolta necessaria all’interno del rapporto tra i sessi.

L’esigenza di libertà sfocia anche, e soprattutto, nella nudità.

L’artista femminista passa dalla cucina al video, in qualche caso “brucia” la tappa obbligata che la vuole intenta a produrre l’opera al chiuso mentre sfarfalla tra sé e sé e mira dritta a Musei e Gallerie, luoghi sacri popolati esclusivamente da maschi (e pure molto in gamba, ma pur sempre e solo maschi).

 

        Guerrilla Girls, You’re Seeing Less Than Half The Picture, 1989

Peggio dell’assalto ad un monastero buddhista, le ragazze strappano al mondo dell’arte il riconoscimento che per secoli è stato negato, e lo fanno con le unghie e con i denti.

Alcune di loro arriveranno a scioccare l’opinione pubblica con opere di natura concettuale, vedi la produzione di Judy Chicago, tra tutte la più invasata una che del cognome fittizio ha fatto bandiera.

Altre utilizzano metodi più diretti, come la rappresentazione dal vivo di scenette ironiche a metà tra il teatro contemporaneo e la satira, per colpire nel profondo l’anima di tutte quelle donne che artiste non erano ma che, col tempo, avrebbero risentito dell’onda d’urto femminista.

Quando ci sei dentro non ti accorgi che stai facendo la storia. Solo dopo tanti anni, a volte venti a volte trent’anni, arriva qualcun altro e comprende che quello che hai fatto, è storia“. Phife Dawg, A Tribe Called Quest

C’è da dire che la fama non sorride a tutte in modo uguale: molte lavorano per fornire le basi (teoriche e logistiche) ad altre artiste, prima fra tutte Ana Mendieta, una donna elegante sensibile e provocatoria a cui va il merito di aver lavorato sul corpo femminile estendendone i confini spaziali, a volte verso la natura altre sublimando la violenza, di genere e politica.

Il suo caso ha fatto storia perché alla grandezza artistica è seguita la morte prematura, avvenuta in circostanze drammatiche. Lei e il suo corpo nudo aprono la strada ad una forma d’espressione allora poco codificata: la performance.

Se l’artista maschio si concentra sul ruolo dello spettatore coinvolto negli happening, a cui dare istruzioni precise come un copione da seguire, l’artista donna spinge la ricezione dell’opera d’arte oltre i limiti lasciando libertà d’azione e d’opinione, consapevole dei pericoli che questa decisione può portare.

In tal senso sarà Marina Abramović a rompere gli indugi in modo definitivo.
La grandmother of the performance art non appartiene al movimento femminista ma affronta molte tematiche care al collettivo.

Mette in pericolo la propria vita affidandosi alla volontà del pubblico o si spazzola i capelli fino a sanguinare, tanto per dire che non è necessario essere belli per fare arte né che l’arte ha bisogno di bellezza, perché bella lo è già di suo.

Marina lavora per anni in coppia col compagno e dopo la separazione mostra ancor di più quale sia il vero intento delle sue performance, ovvero l’arte intesa come presenza dell’artista e partecipazione attiva dello spettatore. Lei e Yoko Ono sono le artiste più longeve che vanta la storia dell’arte, ma il loro percorso ha preso forma anche e soprattutto grazie a quello di Lynn Hershman Leeson & Co.

Questa è la ragione per cui guardare il docufilm, un collage di nomi misconosciuti documenti d’epoca e interviste realizzate a posteriori, quando alla lotta si sostituisce il ricordo dell’ingenuità anni ’70.

Conoscere queste grandi donne è un atto dovuto. Significa entrare dentro un mondo pieno di sfumature (non di grigio), sederci da giovani nipoti ad ascoltare i racconti delle nonne e prendere l’eredità che ci spetta (mica lo dico io, sono gli estrogeni a parlare).

Viene da chiedersi cosa sia il Femminismo nel 2017, in che modo venga vissuto da entrambi i sessi.
Andiamo ancora in giro a urlare “potere all f**a”?!
Stiamo ancora lottando con quell’invisibile mostro a più teste che hanno chiamato Patriarcato?!

O forse, e dico forse, stiamo semplicemente affrontando le scelte naturali della vita di ogni donna, quelle che implicano il coraggio di essere presenti a noi stesse in un momento storico un po’ strano e lo facciamo con modalità nuove, a volte alla Pussy Riot altre alla Benedetta Parodi.

C’è tanto su cui lavorare, questo lo sappiamo. Proprio le artiste femministe insegnano che risolvere tutto nello stesso momento è impossibile: la storia ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti.

Tanto il più è fatto, siamo già uscite dal quadro e non succede nulla di grave se ogni tanto ci fermiamo a scambiare due chiacchiere con l’arrotino.

 

! WOMEN ART REVOLUTION è facilmente reperibile in rete (la comprensione senza sottotitoli è difficoltà quattro stellette). Se siete curiosi sul finale scoprirete le motivazioni che lo hanno generato.

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